Un occhio al portafoglio e uno al peso delle parole.

La politica è un elemento molto importante per la salute del nostro paese, pertanto anche i leader che ci rappresentano dovrebbero rendersi conto della delicatezza di questo tema e che la nostra economia non sia un gioco.

 

Il mondo è diventato molto più dinamico, complesso e aggressivo rispetto al passato e ci troviamo immersi in una competizione dura e sfrenata che detta legge sul mercato finanziario. Non possiamo dimenticare i patti europei, gli accordi sottoscritti in precedenza e continuare a cercare scappatoie per svicolare dai nostri doveri, tutto questo fare ci rende meno credibili agli occhi dei nostri alleati con i quali - che ci piaccia o meno - dobbiamo collaborare attivamente se vogliamo ancora contare qualcosa.

 

Politiche cariche di populismi e retoriche continue alimentate da animi rabbiosi e arroganti risultano essere molto dannosi per la nostra economia interna e per le nostre tasche di risparmiatori. I periodici rating fissati con scadenze regolari da organismi in mano a colossi finanziari possono affossarci in qualsiasi momento e basta un declassamento per innescare una pioggia di vendita sui titoli governativi allargando il nostro differenziale e rischiando di far cadere il governo di turno se risulta troppo poco affidabile.

L’Italia di per sé ha ancora tante bellezze, ma tutto questo non basta ad abbassare in maniera consistente il nostro elevato debito, accumulato anche grazie a cattive e superficiali gestioni delle precedenti generazioni.

 

Serve oggi un management illuminato, serio e professionale che sappia stringere veri accordi di collaborazioni internazionali per il rilancio della nostra economia, collaborazioni eque e non svendite o proposte di sottomissione totale, come sta già accadendo nella realtà attraverso i fenomeni predatori degli ultimi anni grazie alle fusioni e delocalizzazioni. Bisogna aprire gli occhi e capire una volta per tutte che le multinazionali non ci aspettano e continueranno a fondersi tra di loro dando spazio all’utile generato annualmente e tagliando le spese maggiori che ad oggi risiedono purtroppo sempre nel personale.

 

Dovremmo forse fare un cambio di rotta e puntare maggiormente sulle nostre piccole medie imprese  territoriali basate ancora sui valori famigliari e associativi che non vogliono cambiare posto o paese, veri gioielli da preservare e sostenere perché immensamente fragili di fronte alle grandi holding e che possono entrare in serie difficoltà durante qualsiasi ciclo di stagnazione economica.

 

Tutte queste realtà andrebbero supportate attivamente se si crede ancora nell’unicità delle nostre qualità artigianali e creative, nell’ “italianità” così apprezzata dai nostri colonizzatori extraeuropei. Bisogna poi affrontare il tema della nuova classe imprenditoriale, quella innovativa, giovanile degli start-upper che ogni giorno sgomitano e provano a farsi strada su una strada particolarmente insidiosa che li sfida continuamente, costringendoli a testare la loro resistenza minima su una timeline quinquennale e a rallentarli fin dal principio con tempi burocratici allarmanti che guastano gli entusiasmi del fare già sul nascere.

 

 “Fare impresa significa caricarsi sulle spalle dei rischi molto grandi, notti insonni e imprevisti quotidiani.“

 

Ma noi vogliamo crederci ancora?


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CREDITS:

Articolo a cura di Federico Poletti.

Immagini: Vittoria Poletti per ©TheGoldfish. Riproduzione riservata.